Quando ho incontrato Savita Bhabhi per la prima volta, ero una giovane donna indiana cresciuta in una famiglia tradizionale a Mumbai. Non avevo mai immaginato che la mia vita avrebbe preso una piega così diversa. Dopo la laurea in lettere, lavoravo come assistente in una piccola casa editrice, ma sentivo che mancava qualcosa. Un giorno, un amico fotografo mi propose un servizio per un progetto artistico. Accettai per curiosità, senza sapere che quel singolo scatto avrebbe aperto le porte a un mondo completamente nuovo.
Il progetto iniziale si trasformò in una collaborazione regolare con un magazine online. Ricordo benissimo la mia esitazione quando mi chiesero di posare per contenuti più audaci. Ma la direttrice artistica, una donna franco-canadese, mi spiegò che il mio stile naturale e la mia capacità di raccontare storie con il corpo potevano diventare un marchio di fabbrica. Così, nel 2016, firmai il mio primo contratto con una piattaforma internazionale. Da lì iniziai a usare lo pseudonimo “Savita Bhabhi”, un nome che univa un omaggio alla figura della “bhabhi” (cognata) indiana con un tocco di ironia moderna.
Ogni set era un microcosmo di culture. Lavorai con registi provenienti dall’Europa, dal Sudamerica e dal Giappone. Imparai a gestire le differenze linguistiche – parlo hindi, inglese, un po’ di spagnolo e ora sto studiando italiano – e a bilanciare le aspettative del pubblico con la mia autenticità. Una delle esperienze più formative fu un cortometraggio girato a Goa, dove interpretai una donna indiana moderna che rifiutava gli stereotipi. Quel progetto mi fece capire che potevo usare il mio lavoro per sfidare i tabù, senza mai perdere di vista il mio background.
Non è stato facile conciliare la carriera pubblica con la vita privata. La mia famiglia all’inizio non approvava, ma dopo aver visto la mia determinazione e la serietà con cui trattavo ogni progetto, hanno iniziato a rispettare le mie scelte. Oggi vivo tra Mumbai e Londra, e gestisco personalmente i miei social media per mantenere un contatto diretto con chi segue il mio lavoro. Ogni messaggio di supporto da parte di donne che si sentono rappresentate mi conferma che la strada intrapresa ha un valore che va oltre l’intrattenimento.
Negli ultimi anni ho ampliato il mio raggio d’azione: ho partecipato a workshop di regia, ho scritto articoli per blog di settore e ho collaborato con fotografi indipendenti per creare campagne che mettessero in luce la bellezza della diversità culturale. Una delle collaborazioni più significative è stata con un’artista italiana, con cui ho realizzato una serie di ritratti ispirati alle divinità indiane reinterpretate in chiave contemporanea. Questo progetto mi ha permesso di fondere la mia eredità con l’estetica europea, ottenendo ottimi riscontri critici.
Lavorare con team internazionali mi ha obbligato a migliorare continuamente le mie competenze linguistiche. Ricordo un set in Spagna dove il regista parlava solo catalano; ho dovuto imparare le battute in tre giorni grazie a un tutor. Questa esperienza mi ha insegnato che la flessibilità è fondamentale. Oggi, quando viaggio per lavori in Italia, cerco sempre di immergermi nella lingua locale: leggo giornali, ascolto podcast e faccio pratica con i colleghi. Ogni nuova lingua è un nuovo modo di esprimere la mia identità artistica.
Sto sviluppando un progetto autobiografico che racconterà, attraverso fotografie e brevi testi, il mio viaggio da ragazza timida a professionista consapevole. L’idea è di pubblicarlo come e-book, con traduzioni in più lingue, per raggiungere un pubblico che magari non ha accesso a certi contenuti. Parallelamente, continuo a lavorare con registi emergenti che vogliono esplorare temi come l’empowerment femminile e la rappresentazione delle minoranze. Non so dove mi porterà questa strada, ma so che ogni esperienza, bella o difficile, ha contribuito a farmi diventare la persona che sono oggi.